martedì 20 ottobre 2009

Train de vie (un treno per vivere)


di Radu Mihăileanu
anno di produzione 1998


Lo scrittore, sociologo e critico letterario francese Roger Caillois distingueva quattro categorie quando si fa riferimento al GIOCO: Mimicry, ovvero la rappresentazione e il gioco di teatro; Agon , ovvero la competizione; Alea , ovvero i giochi aleatori; Ilinx , ovvero di giochi di vertigine. Questa distinzione è davvero geniale poiché in sostanza esplica che in tutte le opere creative, siano esse oggetti, pitture, fotografie o avvenimenti, è pur necessario che vi sia una parte di rappresentazione (mimesis), ovvero di competizione (agon), l'azzardo dell'Alea , e anche un senso di vertigine (ilinx).
Cosa c'entra tutto questo con il film del regista rumeno Radu Mihăileanu del 1998?
C'entra eccome.
Innanzitutto il film è un modo diverso e originale di raccontare la Shoah.
Il film comincia con l'apparizione di Shlomo, il matto del villaggio, e l'inizio del suo racconto che vedrà protagonista il suo villaggio ebreo e la sua possibile salvezza.
È davvero emblematico che sia proprio il matto del villaggio a raccontare la storia perché da sempre, nella letteratura, ed in particolare in quella shakespeariana, il "fool" (il matto) è visto come portatore di verità che parla per allegorie.
Basti pensare al "Re Lear" di Shakespeare.
Infatti, con le sue frasi sconnesse il "Fool" utilizza un modo altro per dire delle verità, attraverso il mezzo dell'illusione.
Senza dimenticare che l'autore stesso, usa il "fool" per intervenire con il suo punto di vista.....
Se Platone identificava l'illusione con l'inganno, non così è stato per Kant che, per primo a livello filosofico (in letteratura c'era già), ha ridato all'illusione la sua dignità contrapponendola all'inganno.
L'illusione, ad esempio quella del gioco, è uno dei mezzi per arrivare alla verità, anzi è parte integrante della verità stessa.
Basti pensare ai giochi dei bambini che con l'illusione e le regole e la serietà del gioco si preparano a vivere e ad essere quello che saranno.
Il gioco non è il contrario della serietà, anzi.
L'illusione del gioco ha le sue regole e come tali vanno rispettate.
L'inganno invece nasconde la verità e non è, né sarà mai parte di essa.
Perché stiamo parlando di questo?
Perché la storia di "Train de Vie" comincia quando Shlomo, il pazzo del villaggio, avvisa i suoi concittadini che, nei paesi vicini, gli ebrei stanno venendo deportati dai militari nazisti. Si riunisce così il consiglio degli anziani che, grazie proprio all'illuminante idea di Shlomo (guarda caso, sempre lui!), decide di organizzare un finto treno di deportazione che accompagni tutto il villaggio in Palestina passando per l'Unione Sovietica.
Chiaramente, come per Shakespeare ed il "fool", anche qui il regista usa Shlomo per intervenire con il suo modo di vedere le cose.
Nel finto treno i compiti vengono divisi tra le parti dei militari nazisti, dei deportati e del macchinista, grazie anche al lavoro di falegnami, sarti e a Schmecht, insegnante ebreo di tedesco accorso per istruire i finti soldati nazisti.
Vera è l'ulcera di uno dei protagonisti che viene usata come spunto per gag divertenti.
Torniamo, però, alle categorie di Caillois ed al gioco come mimicry, rappresentazione, illusione.
Se ci riflettiamo, il "treno per vivere" è l'esemplificazione perfetta delle categorie appena descritte.
Non solo: i treni dei veri nazisti erano treni per morire, questo treno "fasullo" di nazisti è concepito come un treno per vivere.
Ma la genialità del film è che per la prima volta sono mescolati inganno e illusione.
L'illusione è il loro interno strumento di verità del gioco per sopravvivere, l'inganno, invece è quello che applicano per nascondersi ai nazisti veri.
Sulla via i nostri ebrei incontreranno non poche difficoltà, facendosi più volte scoprire e fermare dalle forze militari dell'Asse; tuttavia, grazie a fantasiosi espedienti, riescono di volta in volta a scamparla. Cominciano a sorgere problemi persino all'interno della comunità, dove ebrei deportati, ebrei convertiti al credo comunista ed ebrei-nazisti cominciano a dar vita ad una serie di alquanto surreali battibecchi legati ai diritti degli insoliti viaggiatori del treno, arrivando perfino a quando i comunisti designano i soviet dei vagoni di deportazione, in opposizione alla politica "dal braccio di ferro" di Mordechai, il mercante di mobili a capo dei finti nazisti.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che le categorie di gioco di Caillois si sono manifestate tutte in quanto i "finti" tedeschi ed i comunisti si sono identificati nella parte, ovvero nella serietà delle regole del gioco che alla fin fine i loro battibecchi appaiono reali.
Ecco il potere della mimicry!
Abbiamo anche "l'agon" della competizione dei "finti" tedeschi con i "veri" tedeschi.
L'azzardo dell'Alea ogni volta che rischiano di essere scoperti e la vertigine, l'ilink, che si prova quando questo rischio è sempre più concreto.
Ma non è finita qui con questo gioco: per tutto il tempo, con le varie gag divertenti, lo spettatore è convinto di aver visto una certa tipologia di film ma solo alla fine, con il racconto e i fotogrammi finali ci si rende conto di aver visto un vero film sull'olocausto ma da un altro punto di vista.
Shlomo, da vero "fool" shakespeariano, ci ha raccontato, tramite l'illusione del cinema, la sua poetica ma agghiacciante verità.


Adesso, numeri e scheda tecnica..........
Dopo, due video di cui l'ultimo, il monologo del pazzo dove, da autentco "fool" shakespeariano, in maniera del tutto stravagante, ci svela alcune verità circa l'autore/regista.............

Paese: Francia/Belgio/Romania
Anno: 1998
Durata: 103 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Rapporto: 2.35:1
Genere: commedia drammatica
Regia: Radu Mihaileanu
Soggetto: Radu Mihaileanu
Sceneggiatura: Elodie Van Beuren, Radu Mihaileanu, Moni Ovadia (per la versione italiana)
Produttore: Frédérique Dumas, Marc Baschet, Cédomir Kolar, Ludi Boeken, Eric Dussart
Art director:
Animatori:

Episodi:

Fotografia: Yorgos Arvanitis, Laurent Dailland
Montaggio: Monique Rysselink
Effetti speciali: Petre Constantin
Musiche: Goran Bregović
Scenografia: Cristi Niculescu
Costumi: Viorica Petrovici
Trucco: Irène Ottavis
Sfondi: Vincent Lebrun
  • 1998 São Paulo International Film Festival:
    • Audience Award per miglior film a Radu Mihaileanu
    • Critics Award per Radu Mihaileanu
  • 1998 Cottbus Film Festival of Young East European Cinema: Audience Award per Radu Mihaileanu
  • 1999 David di Donatello per il miglior film straniero a Radu Mihaileanu
  • 1999 Hamptons International Film Festival: Audience Award per Radu Mihaileanu
  • 1999 Miami Film Festival: Audience Award per Radu Mihaileanu
  • 1999 Sundance Film Festival: Audience Award per Radu Mihaileanu









lunedì 19 ottobre 2009

Antichrist


di Lars Von Trier
anno di produzione: 2009
Film che rompe ogni schema, non catalogabile e unico nel suo genere. È un film di Lars von Trier ma non sembra affatto uno dei film di Lars von Trier; in realtà non lo si potrebbe attribuire a nessun regista anche se, in ultima istanza, solo una mente particolare come quella del nostro amato regista danese sarebbe stata in grado di idearlo e realizzarlo.
Sulle note di “Lascia ch’io pianga” del Rinaldo di Handel accompagnate da immagini quasi oniriche ha inizio il nostro film. La prima cosa che viene in mente è la dicotomia classica Eros/Thanatos ma anche universo maschile/universo femminile.
Che Eros e Thanatos fossero collegati abbiamo a supporto pagine e pagine di letteratura e di trattati dagli albori della civiltà, ma qui è diverso; qui abbiamo un atto di thanatos avvenuto esattamente durante un atto di eros, praticamente in contemporanea, e tutto questo si fonde perfettamente in un tutt’uno con le note di Handel.
Da qui la tragedia. Uno dei due protagonisti è uno psichiatra (l'uomo, ovvero la razionalità che non contempla realtà altre) e prende in cura la sua compagna (la donna, ovvero l'intuito che contempla ed evoca realtà altre, cioè modi diversi di raccontare la realtà) che parrebbe essere quella più scioccata da questa porta su Thanatos apertasi nella loro vita.
Sono due genitori che hanno dovuto seppellire un figlio; questa cosa, da sempre, è considerata un atto contro-natura (è naturale generare un figlio perché la natura è generazione).
A sottolineare il dolore, abbiamo una agghiacciante scena di morte a rallentatore avvenuta in una allegoricamente "pura" nevicata sul loro mondo.
Contro-natura sembra il termine chiave di questo film oltre che una delle chiavi di lettura del titolo “Antichrist”.
Altra chiave di lettura, come evidenziato da alcuni filosofi di cui parleremo in seguito, è il termine Antichrist stesso in quanto viene anche inteso non come una persona o un essere ma come tutta una situazione in quanto privata di una naturale salvezza.
Come luogo più atto alla terapia da intraprendere i protagonisti scelgono un certo particolare bosco chiamato, stranamente, "Eden" (in questo film non ci sono trame, personaggi o cose ma ci sono allegorie di trame, allegorie di personaggi e allegorie di cose; tutto è simbolo, significante e significato); i personaggi fanno terapia nella natura, quindi.
Nella natura del bosco ci saranno atti “contro-natura” che in fin dei conti fanno parte della natura umana ed in particolare quando questa è dominata dalla paura e dall’irrazionalità; è comunque in quella irrazionalità che vengono pensati lucidamente piani che sulla carta sono logici e razionali; in fin dei conti è la natura umana (che a volte è contro-natura) mostrata nelle sue più bieche e recondite sfaccettature.
È la storia di un senso di colpa e di un dolore così grandi che in modo catartico cercano disperatamente Thanatos, perché da Thanatos è partito tutto e a Thanatos vogliono tornare.
La tipica impronta di von Trier si trova nella divisione in capitoli; in maniera catartica i personaggi e la natura realizzeranno alcuni capitoli del film suddivisi nel climax di dolore, pena e disperazione che saranno rappresentati anche dai "tre mendicanti" mostrati nella loro versione animalesca: il cervo, la volpe, il corvo.
Alcuni filosofi hanno visto nei tre mendicanti animaleschi anche una sorta di allegoria negativa dei tre re magi in quanto i doni portati sono doni di morte.
Ma la morte, come si diceva, è qui in veste catartica evocata, cercata e ricercata come unica salvifica (in questo senso ci sarebbe "salvezza") soluzione.
L’amore e l’odio sono, in questo film, liberi di essere se stessi e vengono esasperati e portati alle estreme conseguenze nella natura genitrice (la generazione della natura e delle donne: altro tema chiave).
Simbolico è il riferimento alla stregoneria, a donne quindi che furono considerate "innaturali" dall'uomo ma che in realtà sono madri se il conflitto con l'uomo porta ad un dialogo e matrigne quando questo conflitto di "forze" viene esasperato; e per uscire da questo conflitto esasperato c'è solo la morte catartica.
Tutto questo, e molto altro ancora, è ANTICHRIST.

Il trailer allegato dopo la scheda tecnica è quello originale inglese; tale scelta è dovuta al fatto che il trailer italiano stravolge il senso e la tipologia di film che ci dovremmo aspettare.

Adesso, numeri e scheda tecnica....


Lingua originale: Inglese
Paese: Danimarca/Germania/Francia/Svezia, Italia, Polonia
Anno: 2009
Durata: 104 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Rapporto: 2.35 : 1
Genere: horror, drammatico
Regia: Lars von Trier
Soggetto: Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Produttore: Meta Louise Foldager
Produttore esecutivo: Bettina Brokemper, Peter Garde, Peter Aalbæk Jensen
Casa di produzione: Zentropa Entertainments
Distribuzione (Italia): Lucky Red

Episodi:

Fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Åsa Mossberg, Anders Refn
Effetti speciali: Fabian Grobholz, Dennis Kron, Erik Zumkley
Musiche:
Tema musicale:
Scenografia: Karl Júlíusson
Costumi:
Trucco: Uta Bucklitsch, Thomas Foldberg, Antje Bockeloh





Bastardi senza gloria


di Quentin Tarantino
anno di produzione: 2009
Immaginiamo una classica trama ad intreccio con tre storie parallele che si intersecano e con dei piani meditati dai protagonisti che si sovrappongono tra loro.
Si sovrappongono ma i rispettivi piani di tutti quanti conducono ad un unico cinema.
Immaginiamo di dover riscrivere la storia e immaginiamo che questa storia sia ambientata nella Francia occupata dai nazisti.
Prendiamo il celebre fumetto di Spiegelman il quale disegnava gli ebrei raffigurandoli come topi; prendiamo la Francia di fine ottocento in ginocchio per l’affaire Dreyfus, il celebre soldato ebreo-alsaziano accusato di spionaggio; ora mischiamo tutti questi elementi.
Ci ritroviamo in una storia di spie; non siamo nella Francia dell’ottocento (quella dell’affaire Dreyfus) ma nella Francia nazista e c’è ancora una Dreyfus (anch’essa ebrea) che scampa allo sterminio della propria famiglia a opera del colonnello SS Hans Landa, interpretato dall’eccellente attore austriaco Christoph Waltz.
Abbiamo un gruppo che si fa chiamare “i bastardi” che trova il proprio motivo di gloria nel prendere lo scalpo ai nazisti e che si affiancherà a una spia, un’attrice tedesca che trama contro la sua nazione. Abbiamo le gesta del colonnello nazista che interferisce nei destini dei protagonisti.
Anche se inizialmente non potrebbe sembrare un film di Tarantino, dopo 5 minuti dalla presentazione di uno dei “bastardi”, appare chiaro che non solo è Tarantino ma anche al suo massimo grado.
Tanti i riferimenti autoreferenziali! Il film stesso è un omaggio a “Quel maledetto treno blindato” di Enzo G. Castellari (1977) e che fu trasmesso negli States con il titolo, appunto, di “Bastardi senza gloria”.
L’auto referenzialità è data anche dalla trappola del cinema nel cinema. Come il dramma teatrale di Amleto utilizza una trappola per mezzo del teatro (meta-teatro) e la chiama “trappola per topi”, atta a catturare la coscienza dello zio assassino del padre; qui, in “Bastardi senza gloria”, è il cinema che si serve del cinema per catturare (come topi) i nazisti e questo piano è partorito appunto da Shosanna Dreyfus, l’ebrea che inizialmente scappa dal braccio della morte di Hans Landa.
Shosanna è l’ebrea che da “topo” arriva a capovolgere la situazione trasformando i nazisti stessi in topi. Anche allegoricamente, quindi, la storia è stata riscritta. Non solo. Un donna che simbolicamente, come ogni donna, è la madre terra e generazione, qui diventa distruzione perché la madre terra abbandona sempre chi non la rispetta divenendo matrigna.
Allegorico anche il vestito di Shosanna che riprende l'elemento utilizzato per distruggere.
Shosanna è vittima, madre/matrigna terra e femme fatale.
Nonostante le diversità dai soliti film di Tarantino, abbiamo comunque tutti i soliti e piacevolmente noti ingredienti che rendono riconoscibile l’inconfondibile firma tarantiniana.
La frase finale del film (pronunciata da Brad Pitt) sembra essere una strizzata d’occhio di Tarantino al suo spettatore.

Adesso, numeri e scheda tecnica....................
Lingua originale: inglese, francese, tedesco, italiano
Paese: USA
Anno: 2009
Durata: 153 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Genere: guerra
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produttore: Lawrence Bender, Quentin Tarantino
Distribuzione (Italia): Universal Pictures
Episodi:

Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Sally Menke
Effetti speciali:
Musiche:
Tema musicale: The Green Leaves of Summer (Nick Perrito)
Scenografia: David Wasco